Quarta Domenica di Avvento

Anno B

“Avvenga per me secondo la tua parola”

Lungo il cammino dell’Avvento la nostra attesa si è lasciata interpellare dalla Parola di Dio, reale Presenza che ci invita a fare nostro uno sguardo contemplativo sulla storia e sulla nostra vita, riconoscendo la fedeltà di Dio alle sue promesse, scorgendo le orme discrete, spesso invisibili a prima vista, del suo passaggio. La nostra fede è chiamata a riconoscere che Dio realizza infallibilmente le sue promesse, nonostante noi, e tuttavia insieme con noi.
La profezia annunciata a Davide, per bocca del profeta Natan, annuncia l’iniziativa di Dio: sarà lui a costruire a Davide una casa, e non di cedro o di altra preziosa materia. Dio susciterà un discendente, molto diverso da quelli, assai deludenti, che le cronache della storia ci hanno tramandato. Un discendente che rivelerà la paternità di Dio. Sempre Dio supera le nostre attese e ci sorprende: non solo un successore, ma il Figlio di Dio dovrà nascere.
L’iniziativa di Dio, così grande rispetto alle attese di Davide e della stessa visione messianica di Israele, coglie di sorpresa anche per la modalità in cui si compie. Dio renderà stabile il suo regno, scegliendo una povera ragazza di Nazareth. Ancora di più: Dio decide di salvare l’umanità scegliendo la via dell’incontro. “Rallegrati”, è il saluto che gli antichi profeti rivolgevano alla città santa e che ora il divino messaggero rivolge a Maria. In lei il saluto angelico provoca molto turbamento e Dio le viene incontro ancora, le tende la mano con grandi promesse riguardo al Figlio annunciato, promesse che realizzano la profezia di Natan e la superano: “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. A tale annuncio corrisponde la limpida accoglienza di Maria che, nella sua umiltà, riconosce la propria piccolezza.
Dio ha trovato nella povertà di Maria la possibilità di rinnovare le sue meraviglie, facendone l’Arca santa di una nuova e più perfetta alleanza. Tutto però si compie nello spazio libero dell’Amore che non forza, non si impone, attende l’assenso dell’altro, accetta il rischio di un rifiuto. E chi può cantare la gioia di Dio, mendicante Amore, nel trovare il consenso di Maria, che le ha aperto una strada nel suo cuore, una via per farsi pellegrino, uomo fra gli uomini, e incontrare tutti?
Maria accoglie il Figlio nel cuore e la sua risposta rivela le sue disposizioni, del tutto corrispondenti a quelle che saranno del suo Figlio. “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E similmente Gesù: “Ecco io vengo per fare la tua volontà” (Eb 10,7.9). Maria, dunque, si dispone ad accogliere il Mistero della Vita del suo Figlio, anche nei suoi aspetti dolorosi, che saranno fonte di contraddizione.
A noi è chiesto sempre nella nostra vita di credenti, e particolarmente in questa Domenica breve, che fra poche ora si aprirà alla Notte luminosa del Natale, di ripetere il “sì” di Maria, aprendo la dura scorza del mondo e della nostra umanità ferita, all’incontro con Dio. Dio attende questo nostro umile “sì”, per manifestarsi ancora fedele alle sue promesse.

d. Bernardo Artusi csl – Certosa di Firenze

Terza Domenica di Avvento

Anno B

Rallegratevi nel Signore sempre!

La liturgia oggi veste di rosa, segno della sua esultanza. Proprio grazie alla liturgia della Chiesa il cristiano impara ad accogliere l’invito a gioire. Non certo perché il cristiano è indifferente a ciò che avviene in questo mondo o insensibile alle prove che attraversano il nostro tempo storico. La Chiesa gioisce perché torna a orientare la sua attenzione alla luce che deve venire, più forte di ogni tenebra. Ma accogliere una tale luce comporta un esodo dai nostri punti di vista consolidati, un pellegrinaggio dalla banalità di ciò che è vissuto in superficie, verso la profondità della presenza di Dio in mezzo a noi. Presenza paradossale, nascosta, sorprendente.
Per ogni generazione, e in ogni anno liturgico che ci è dato di vivere, siamo invitati a compiere il pellegrinaggio più difficile e più decisivo, quello verso il cuore che riconosce e accoglie il dono di Dio. Dio che si fa dono per noi.
“In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”, afferma Giovanni Battista in risposta alle domande incalzanti dei sacerdoti e dei leviti. Giovanni sa di essere frainteso da chi è accecato dal pregiudizio e al tempo stesso prevede una simile difficoltà riguardo al Cristo, che pure è già presente e si manifesterà con segni ancora più grandi.
L’identità del Cristo sarà rivelata a tutti, epifania radiosa di luce accolta dalle genti pagane, e resterà però velata agli occhi chiusi dall’ignoranza e dal pregiudizio. In Giovanni Battista risplende l’umile abnegazione con cui confessa di “non essere lui” il nuovo Elia, né il profeta attesa, né tanto meno il Cristo. Giovanni è solo voce che dà testimonianza alla luce che nessuno può catturare. Luce che si rivela ai piccoli. E la sua testimonianza così semina una certa inquietudine e suscita curiosità.
“In mezzo a noi sta”, dunque, una presenza che non ha scelto di affermarsi con la forza, accecante e temibile, del successo, del prestigio, della ricchezza, del potere o della prevaricazione. Eppure, una presenza evidente nei suoi frutti straordinari, cantati dal profeta Isaia in un testo che il Cristo ha letto nella sinagoga di Nazareth attribuendolo a sé. L’unto del Signore fascerà le piaghe dei cuori spezzati con la sua presenza, l’unzione del suo Spirito che oltre a pervadere la sua persona è effuso sulla Chiesa e su tutti i cercatori di Dio. L’avvento del Messia porterà la libertà agli schiavi, persino dalla schiavitù cui ci sottomette la tirannia del nostro piccolo ego. Un anno di grazia, con il condono dei debiti che gravano sul cuore manifesterà l’avvento di un nuovo regno in cui ci è rivelata la nostra inalienabile dignità di figli, riscattati, rivestiti di una veste nuova, che nessuno può corrompere o rubare. La veste delle nozze che fanno gioire Giovanni Battista, l’amico dello Sposo, che esulta di gioia alla voce dello sposo e presto avrà occhi e cuore per gioire in pienezza: “Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29).
La liturgia, con le parole di Paolo, ci suggerisce come preparare il cuore a cogliere la presenza, velata eppure fonte di intima gioia, del Signore che viene per essere con noi, “tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Scrive Paolo ai Tessalonicesi: “siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie”. Sempre lieti, perché al cuore della notte si annuncia una luce più forte; pregando incessantemente, per essere sempre pronti a cogliere le ispirazioni di Dio; rendendo grazie in ogni cosa, con il cuore grato perché ricorda le Misericordie del Signore e confida nel compimento delle sue promesse. Un atteggiamento aperto, fiducioso, dinamico, che ci dispone a guardare sempre, nonostante tutto, alla Luce che nessuna notte può dissipare.

d. Bernardo Artusi csl – Certosa di Firenze

Seconda Domenica di Avvento

Anno B

“Fate di tutto perché Dio vi trovi in pace”
Seconda Domenica di Avvento – B (2023)

Attendiamo il Signore a partire dalla sua promessa, ricordando la pienezza che ci attende, verso cui ci facciamo pellegrini nel tempo. Il profeta Isaia annuncia il Signore che verrà a salvare, farà udire la sua voce “nella letizia del vostro cuore” (antifona d’ingresso, Is30,19.30). Il richiamo a preparare il cuore, a “camminare verso il giorno” in cui il Signore si manifesterà come Salvatore, e ad annunciare la gioia, può essere disorientante, o quanto meno inattuale, in un tempo come il nostro: non abbiamo forse più spesso la sensazione di procedere nel buio, e di brancolare senza una direzione precisa, mentre rimbomba il frastuono delle armi e della violenza? Ma già il profeta Isaia parlava a un popolo chiamato a vivere un nuovo esodo e a sperare e a gioire confidando nelle promesse di Dio, dopo l’esperienza della disfatta. Il Signore viene, porta con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Ogni valle deve essere colmata, ogni ostacolo rimosso per accogliere colui che porta in premio la sua presenza e la sua cura, forte e tenera, come quella di un pastore buono, dal braccio forte e premuroso.

“Il Signore non ritarda”, afferma san Pietro. Piuttosto, ci dona tempo per convertirci alla fede nel compimento delle sue promesse: “aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13), quella giustizia così spesso conculcata per interi popoli, o tradita nel segreto del cuore umano. “Fate di tutto perché Dio vi trovi in pace”, invoca san Pietro. Quella pace che solo Cristo sa dare e che permette di attraversare ogni tempesta, ogni notte, in comunione con Dio.

Alla nostra attesa, dunque, si mescola il presentimento, l’intuizione della pienezza che ci è data in Cristo: Lui è il nuovo cielo e la terra nuova in cui può fiorire la giustizia ed è per questo che, anche nella prova, la nostra attesa può conoscere la gioia e osare annunciarla. Ormai, in Cristo, si apre per tutti una via nuova, che Giovanni Battista annuncia con forza e umiltà: sa bene di essere solo la “voce” che prelude la “Parola”, sa bene di dover diminuire davanti all’arrivo di “colui che è più forte”. Diminuire, pagando infine con il sangue la sua coerenza e la sua fedeltà. 

Giovanni Battista si fa, dunque, portavoce e dona un battesimo di conversione, in attesa di un tempo nuovo: dal battesimo con acqua, al battesimo in Spirito Santo, dal battesimo di conversione, al battesimo di illuminazione. Il battesimo che il buon Pastore porta apre una via inedita, interiore, che fa breccia e si fa strada nel cuore. Il Signore viene e il suo avvento si compie nel cuore dell’uomo: viene dentro, erompe per irradiarsi, come luce indefettibile e delicatissima. 

La via aperta nel cuore è infatti la stessa via della nostra salvezza, che ci fa camminare da figli, guidati dalla luce dello Spirito, verso il regno del Padre: non solo il regno che ci attende alla fine del tempo, ma quello dove gli occhi del cuore finalmente si aprono e imparano a vedere secondo Dio. Dio ci dona un tale sguardo nuovo, a condizione che accettiamo di farci pellegrini e di lasciarci alle spalle il nostro modo di vedere le cose, umano troppo umano. A condizione di vivere il nostro battesimo come un progressivo cammino verso la profondità della nostra relazione con Dio. Sperimenteremo, allora, di non camminare da soli, ma che Cristo per primo si fa pellegrino con noi, ci “porta sul petto” e come nostro fratello in umanità ci conduce, con in cuore la pace di camminare con Lui.

Prima Domenica di Avvento

Anno B

La Chiesa, all’inizio dell’anno liturgico, si dispone a celebrare il mistero del tempo. Lo farà lungo tutto l’anno e si prepara da subito a vivere la sua attesa in un modo del tutto differente rispetto al mondo: non commemorando un evento, sepolto nella notte dei tempi e facilmente sostituibile da altre attrazioni alternative, come la recente proposta di istituire la “festa dell’inverno”, tanto infelice nel suo triste anonimato. La Chiesa attende Qualcuno, le cui Parole sono risuonate, lungo i secoli, in modo unico per ciascun credente, suscitando risposte originali. E ci viene ancora incontro, questo divino Pellegrino del tempo in cerca dell’uomo, dandoci tempo per cercarlo a nostra volta, sprofondando lo sguardo nell’intensità del suo mistero di luce, di silenzio, di amore.

Ci è donato un tempo inedito, per lasciarci raggiungere da Dio proprio in quella lontananza in cui ci siamo smarriti, perdutamente. Una lontananza che ha le apparenze del sonno dell’insensibilità, o l’opacità di un quotidiano in cui le relazioni sono sempre più anonime e che in un attimo diventano feroci, violente. 

Da questa lontananza risuona, con le parole del profeta Isaia, il grido dell’umanità: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore?”. Lontano da Dio, percepiamo tutta la nostra inconsistenza, e siamo ridotti a ben poca cosa, quali foglie avvizzite trascinate dal vento. Isaia, in effetti, esprime con efficacia l’esperienza del peccato: nessuno invoca il nome di Dio, tutti sembrano immersi nel sonno dell’incoscienza, Dio sembra aver nascosto il suo volto. Eppure, il profeta esprime, al tempo stesso una teologia del peccato: Dio si nasconde per essere cercato, ed è davanti al suo Volto, ora perduto e cercato con nostalgia, che risalta il dramma del nostro peccato. Nella desolazione, Isaia ci insegna a gridare verso Dio, a partire dalla fede che ci abita dentro, forse in una profondità anch’essa lontana, ma insopprimibile. 

La fede del profeta Isaia, e con lui il nostro cuore, si rivolge a Dio due volte confessando la sua paternità: “Tu sei nostro padre”! Da te, nostro creatore, ha origine la nostra vita. Ma la vita che resta, al di là di tutto, è quella che ci doni come nostro redentore, riscattando la nostra vita perduta, smarrita, addormentata, offuscata dal non senso, dalla paura che ci insidia e che assale l’umanità. “Se tu squarciassi i cieli”, per noi ora chiusi e muti, “ritorna”! (cfr Is 63-64). 

Come un’eco fedele, in sintonia con il profeta, il Salmista cerca lo splendore del Volto che ci salva, in cui è tutta la nostra speranza: “Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci… Ritorna!!”. Solo davanti a un Volto, solo facendoci pellegrini del Volto del Salvatore, si può gridare così: “Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome” (Sal 79), perché è in gioco una Pasqua, il passaggio e l’esperienza di una rinascita, di una vita nuova. Vero ostacolo non è il peccato, ma l’indurimento del cuore che non prega.

Anche noi possiamo fare nostri questi sentimenti e questo grido, perché “è degno di fede” il nostro Dio che ci chiama continuamente alla comunione con sé, comunione al suo modo di vivere, generoso e amante. E che ci manifesta l’unica vita che resta e che merita di essere scelta e vissuta in pienezza: la vita del Figlio dell’Uomo, immagine dell’umanità secondo Dio. 

Nel Vangelo, Gesù ci invita a stare attenti (letteralmente: “aprite gli occhi”), a vegliare scrutando nella notte: dalla veglia della sentinella dipende la possibilità di respingere il male che assale le mura del cuore, come anche di riconoscere l’arrivo improvviso del Signore. Sempre c’è per noi il rischio di trovarsi fuori tempo, impreparati: alla sera, quando Gesù è stato tradito, o al canto del gallo, l’ora del rinnegamento, o al mattino, quando è stato consegnato a Pilato. La sentinella che veglia sa che il pericolo incombe, ma veglia anche nell’attesa per il Signore che viene, viene in ogni istante. E anche quando le forze sembrano esigue o stanno per venir meno, comunque il cuore credente, anche se apparentemente cede al sonno, veglia sempre, perché conosce colui che attende e in cui ha riposto tutta la sua speranza.

Natale del Signore

d. Bernardo Artusi csl – Certosa di Firenze

In questa notte di Natale la liturgia ci parla di un’illuminazione: Dio ha illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo. In effetti, le grandi opere di Dio nel mondo avvengono di notte, fronteggiando le tenebre che minacciano di ingoiare tutto. In questa notte santissima noi offriamo a Dio Padre la nostra Eucarestia, il pane e il vino che contengono tutta la nostra attesa, l’attesa dell’umanità che si è prolungata nel tempo di Avvento, dalla notte dei tempi, fino a questa notte. I testi che ci vengono offerti e tutta la liturgia che ci è dato di celebrare e di vivere ci dicono che la nostra offerta viene accolta dalle mani del Padre: il Padre accoglie i nostri doni, il nostro desiderio sospeso alla nascita di una vita nuova che mancava al cuore della terra e nella sua accoglienza il Padre non si fa vincere in generosità donandoci il suo stesso Figlio, carne della nostra carne umana. Nel bambino che ci è donato questa notte diventa una Notte di Luce e ciò che la Chiesa offre, la preghiera e il segreto desiderio che ciascuno porta oggi nel cuore e sull’altare è accolto dal Padre per essere trasformato nel Cristo suo Figlio, per partecipare della sua stessa gloria, la gloria di essere figli.

Nel bambino che nasce dunque è apparsa la grazia di Dio che porta salvezza a tutti gli uomini per formare un popolo nuovo, secondo il cuore di Dio. La grazia è apparsa e il popolo che camminava nelle tenebre, nel buio del nonsenso e perduto nella sua orfananza, ha visto una grande luce. Per noi è nato un bambino, ci è stato dato un figlio, un bambino è generato oggi poiché proprio oggi Dio visita il nostro mondo tenebroso, la nostra storia ferita.
Nel bambino che ci è dato di contemplare e di adorare nella grotta di Betlemme si compiono le antiche profezie. Eppure la profezia di Isaia non è completamente realizzata. La nascita del Messia è ancora solo una tappa del cammino della storia verso il suo compimento. Ma se il Messia è nato, esiste una speranza per tutti, questo divino bambino è il segno che il piano di Dio va avanti, che nei travagli della storia il Regno viene. Contemplando il Messia bambino siamo invitati a non rassegnarci alle tenebre e a ridestarci, a indossare le armi della luce per vivere e lottare contro tutto ciò che opprime l’uomo. Nel bambino di Betlemme la potenza, bellissima, di Dio si manifesta nel potere di diventare un bambino per noi. Anche noi siamo partecipi di questa potenza ogni volta che ci facciamo piccoli, ci mettiamo al servizio di Dio e dei fratelli.
Oggi la Vergine partorisce l’Eterno, oggi un bambino è Dio e Dio è un bambino. Nel mistero del Natale si nasconde un annuncio anche per quel bambino che continua segretamente a vivere in noi, in ciascun adulto. Quel bambino che continua a udire ciò che l’adulto ormai non sente più. Sì, il Natale è la festa dell’infanzia nel senso più profondo: che solo i bambini sono in grado di non stupirsi che Dio scenda sulla terra assumendo l’aspetto di un bambino. Innumerevoli immagini e icone, una infinita teoria di presepi annuncia questo stupore, questa eterna infanzia di Dio. Da adulti vogliamo spiegazioni e analisi, chiediamo serietà e non esiste espressione più spregiativa delle parole “è una cosa da bambini”. E i bambini crescono presto diventando seri e noiosi, come gli adulti. Ma Cristo ha detto “diventate come bambini”. Che cosa manca di solito agli adulti, che cosa è stato seppellito in loro se non la capacità propria dei bambini di stupirsi, di rallegrarsi e, soprattutto di essere interi, integri, nella gioia come nel dolore? La capacità di fidarsi, donarsi, amare e credere con tutto il proprio essere. E infine la capacità, che gli adulti perdono, di prendere sul serio il sogno, di squarciare la routine quotidiana, la cinica diffidenza, di prendere sul serio la profondità del mistero del mondo che si rivela al santo al poeta al bambino.

Il bambino non ha né potere né forza, ma proprio nella sua impotenza si mostra sovrano, proprio nel suo essere debole e indifeso sta la sua forza unica. Il bambino della lontana grotta di Betlemme non vuole che noi lo temiamo, entra nei nostri cuori senza incuterci paura, ma solo con l’amore. Come bambino si affida a noi, e come bambino, noi possiamo solo amarlo e affidarci a nostra volta a lui. In un mondo in cui dominano potere e forza, paura e schiavitù, il Dio fatto bambino vuole da noi solo un amore libero e lieto, vuole che gli doniamo il nostro cuore, e noi lo doniamo a questo bambino indifeso che si fida di noi fino in fondo. Nel Natale del Signore la Chiesa ci svela il gioioso mistero di un amore libero, senza alcuna imposizione, di un amore capace di vedere, riconoscere, amare nel Divino bambino Dio stesso e di accogliere il dono di una nuova vita.

Quarta Domenica di Avvento (Anno A)

d. Bernardo Artusi csl – Certosa di Firenze

 Mentre il cammino dell’Avvento ci ha portati ormai vicini al Mistero del Natale, siamo invitati a fare un nuovo passo verso la profondità, ad aderire in modo più pieno al disegno di Dio. Il testo di Isaia ci pone l’esempo del re di Giuda, Acaz, che nel 739 a.C. decide di allearsi con gli Assiri, piuttosto che con il regno di Siria e di Israele. Nonostante il richiamo del profeta a fidarsi di Dio, che non farà mancare a tempo opportuno il suo soccorso, Acaz si ostina a non chiedere un segno da parte di Dio. Nel profondo ha già scelto di seguire la sua visione delle cose, e decide di allearsi con la potenza nemica piuttosto che seguire le parole del profeta Isaia. Un atteggiamento assai rivelatore: finché non abbimo un reale rapporto con Dio, tendiamo a fidarci di noi stessi, e Dio ci piace seguirlo e servirlo finché fa quello che vogliamo noi. Vengono in mente tanti casi: come quelle famiglie, apparentemente tanto religiose, che diventano le più strenue avversarie della vocazioni dei loro figli, quando si profilano diversamente da quanto da loro immaginato. Così, una persona che manifesta una chiara vocazione alla vita claustrale, non di rado trova i suoi più forti oppositori proprio nei genitori, che fino ad allora avevano manifestato di essere tanto devoti. Insomma, quando Dio prende una iniziativa straordinaria e mette a soqquadro i nostri progetti, intervenendo nella storia – come è proprio di un Dio che ci previene e ci ama per primo –, è allora che emerge la nostra verità: la consistenza della nostra fede, oppure le illusioni religiose che crollano rovinosamente quando il nostro dio immaginato ci delude.

    Nella pienezza del tempo, al momento in cui Dio prende l’iniziativa di colmare ogni distanza nell’incarnazione del Verbo, emerge tutta la grandezza della fede di san Giuseppe. Giuseppe vive un dramma interiore, all’annuncio della gravidanza della sua promessa sposa, ed è orientato a licenziarla in segreto, cercando di proteggere Maria, di esporla il meno possibile alla pubblica riprovazione. Giuseppe sa che il bambino non è suo, e si trova in una situazione analoga a quella di Abramo: rinunciare al suo bene più caro. Ma Dio prepara per lui una via nuova di unione, di amore pieno. Ed ecco che si manifesta la giustizia, la rettitudine del cuore e la grandezza della fede di Giuseppe: egli adegua la sua vita al disegno divino, accetta di entrare interamente nei tempi e nei modi di agire di Dio, pur senza capire granché. Giuseppe dà la precedenza a Dio, al suo modo di agire sconcertante, e si fida. Così anche lui, insieme alla sua sposa, accoglie e genera nello spirito, con la sua docilità alla Parola ascoltata in sogno e nell’obbedienza della sua fede che mette Dio al primo posto.

    Anche a noi è chiesto di lasciare Dio libero di prendere iniziative nella nostra vita, e di lasciarlo agire liberamente nel suo modo paradossale, umanamente sconcertante. Il Bambino atteso, nasce “secondo la carne” e secondo lo Spirito, è Figlio della Vergine e dello Spirito Santo, e mantiene nel suo modo di essere e di agire questa sua duplice origine, divino-umana. In Cristo si manifesta una storia e una generazione divina e umana: l’Eterno si incontra con il tempo, il Creatore con la creatura, il Salvatore salva questa nostra “carne” mortale. Il suo duplice nome – di Emanuele, “Dio con noi” e di Gesù, “Dio salva” – rivela il suo segreto: non viene a mani vuote, questo Dio che si fa povero per noi. Divenendo uomo, il divino Bambino dilata con la sua ricchezza la piccolezza e la debolezza dell’essere umano a misura della vastità degli orizzonti di Dio. Ci rende partecipi della sua duplice origine: “A quanti lo hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quanti credono nel suo nome” (Gv 1,12), canteremo nel giorno di Natale. Dio salva la nostra autentica vocazione, la vocazione dell’uomo a vivere secondo la grandezza e il respiro del cuore di Dio.

    Chiediamo la grazia di accogliere la Parola e l’agire di Dio, anche se non capiamo sempre dove ci vuole portare. Chiediamo occhi per vedere come opera nella nostra povertà la ricchezza del suo amore, nella nostra piccolezza la grandezza della sua misericordia, nei nostri ristretti orizzonti, la bellezza e la creatività dello Spirito Santo.

Terza Domenica di Avvento (Anno A)

d. Bernardo Artusi csl – Certosa di Firenze

Giunti a metà del cammino di preparazione al Natale, siamo invitati a gioire. E in questo invito alla gioia la liturgia esprime certamente il cuore di Dio, il suo più profondo desiderio per l’umanità: Dio ci vuole felici, ricolmi del suo Spirito, della sua Vita, più forte della morte. Eppure non ci sorprende la domanda che Giovanni Battista affida ai suoi discepoli dal carcere: “Sei tu colui che deve venire, o dobbiamo aspettare un altro?”. Una domanda che lascia trasparire un’esitazione, riguardo a “colui che deve venire”, il Messia atteso e annunciato da tanti profeti lungo i secoli. Cristo, nel suo comportamento, non doveva coincidere pienamente alle aspettative di Giovanni Battista. Più che un Messia potente e severo, egli appare mite e umile. Non certo un vincente, ma uno che si rivolge ai piccoli e ai poveri. Moralmente, sembra piuttosto discutibile, frequenta abitualmente pubblicani e peccatori. Non tiene le distanze, ma si coinvolge con i pagani: parla liberamente con una donna samaritana, perdona pubblicamente un’adultera, guarisce il servo di un centurione romano, si invita a casa di un collaborazionista dei romani. 

Giovanni Battista esita e il Cristo gli risponde, facendo sue le parole del profeta Isaia e con i segni concreti della sua azione, che si sta inaugurando un mondo nuovo. Non risponde direttamente, ma chiede a Giovanni di aprire gli occhi del cuore, gli occhi che sanno leggere con fede la storia e si lasciano sorprendere dal modo paradossale di agire di Dio. Il Dio del nostro immaginario, compie esattamente ciò che desideriamo e aspettiamo. Il Dio vivo e vero lo si conosce invece per rivelazione, ed è sempre oltre, oltre quanto ci siamo rappresentati, oltre quanto abbiamo capito di lui, oltre i nostri bisogni e le nostre aspettative. Beati quanti non si scandalizzano di lui, quanti non si scandalizzano del divario tra il Gesù reale e il Gesù sognato. Gesù lo si conosce da peccatori perdonati quale nostro Salvatore, che si manifesta nella sua misericordia. Non un concetto. Un incontro, un tocco del tutto unico e personale, che guarisce le nostre ferite, anch’esse così personali, da tracciare delle cicatrici riconoscibili, memoria indelebile sulla nostra pelle di quanto ci ha ferito, come anche del passaggio risanante di Dio.

Gesù delude le nostre aspettative umane di grandezza nel suo essere il più piccolo, infinitamente più piccolo delle nostre proiezioni. E nel farsi il più piccolo, diventa così grande al punto da incontrarci tutti.

Accogliere un tale Messia richiede una conversione. E Gesù indica anche nella persona di Giovanni Battista un segno che ci costringe a cambiare mente: non un profeta in morbide vesti, accattivante, ma un uomo del deserto, totalmente consacrato alla sua missione di annunciare, di preparare la via a colui che deve venire. La via la traccerà poi il Signore stesso, con la sua vita, e aprendo ai discepoli la strada e il modo stesso di seguirlo. Giovanni è il più grande dei profeti nel suo ruolo unico, e tuttavia il minimo nel regno dei cieli è più grande di lui. Giovanni rimane sulla soglia, sospeso nel suo vibrante desiderio, nella sua attesa, che il mite Agnello da lui annunciato colmerà. Davanti all’agire paradossale del Messia, Giovanni si pone in ascolto interrogando, rimane un cercatore della verità. 

L’invito alla gioia della liturgia di oggi risuona per tutti noi e può diventare un’esperienza personale se accettiamo che Dio ci inserisca nel suo disegno di amore, nel suo modo di amare, e lasciamo fare a lui. Allora anche per noi potranno aprirsi i nostri occhi e le nostre orecchie e saremo capaci di riconoscere il passaggio di Dio nei nostri deserti, nelle nostre pianure inaridite. Dio prende l’iniziativa, prepara il suo sentiero, fedele alle sue promesse. E continua a operare il miracolo di sfiorare il cuore dell’uomo e di risvegliarlo alla vera vita. Se rimaniamo aperti alle sorprese dello Spirito, Dio non mancherà di manifestarsi nella sua bellezza che fiorisce anche per ciascuno di noi.

Seconda Domenica di Avvento (Anno A)

d. Bernardo Artusi csl – Certosa di Firenze

La liturgia di questa seconda Domenica di Avvento ci porta a contemplare la radice, il motivo della nostra più profonda speranza. Al tempo stesso, rinnova l’invito a stare svegli, a vigilare.

Possiamo sperare in pienezza perché Dio ci viene incontro, ci cerca da lontano e ha promesso che un germoglio spunterà. Esile come ogni germoglio al suo nascere, eppure forte della Vita di Dio, capace di farsi strada oltre ogni notte, ogni ostacolo, perché su questo germoglio, che ha salde radici ed è teso verso il cielo, si è posato “lo spirito di sapienza e di intelligenza, spirito di consiglio e di fortezza, spirito di conoscenza e di timore del Signore” (Is 11,2), come canta Isaia lasciando intravedere un fedele ritratto del Cristo. Lui è il germoglio atteso, che si fa strada attraverso la crosta dura della nostra terra, della nostra umanità ottusa, per renderci partecipi dei suoi stessi sentimenti, per farci parte della sua Vita che può capirsi chiaramente, senza ombre, con il Padre, sorgente di ogni bontà e con il suo Spirito, che si può posare finalmente su un figlio dell’uomo, viva immagine del cuore del Padre. Questo germoglio, crescendo, “farà sentire la sua voce potente per la gioia del nostro cuore”, canta l’antifona d’ingresso. In Lui ci è promesso un battesimo, un’immersione piena in “Spirito e fuoco”, mandato per compiere la sua azione purificatrice raccogliendo i figli di Dio dispersi e bruciando la paglia (cf Mt 3,12) inutile delle nostre illusioni. 

Sì, le nostre illusioni sono meno che paglia esposta al fuoco, eppure facilmente fanno breccia nel cuore, fanno breccia nel nostro immaginario, soprattutto nella nostra mentalità religiosa. Incontriamo qui l’altro richiamo della liturgia odierna, quello alla vigilanza e alla conversione. Un richiamo che questa volta suona con la voce austera e quasi violenta del Battista: “Razza di vipere”, afferma rivolgendosi ai farisei e sadducei presenti. In realtà si rivolge a tutte le persone, di ogni epoca e religione, che si sentono perbene, a posto con Dio. Coloro che sono vittime delle loro illusioni religiose, assai pericolose, perché confondono la docilità a Dio con la soddisfazione personale e il perseguimento dei propri progetti personali. Questo atteggiamento porta a non incontrare il Dio vivente, a non lasciarsi incontrare da Lui, creando come uno schermo illusorio che impedisce la vera visione. Se non si arriva a rinunciare al nostro amor proprio e alle nostre pretese, non possiamo fare un passo per corrispondere ai progetti d’amore che Dio ha per noi. Corrispondere alla voce, autorevole e mite, che ci chiama da dentro, che ci sorride, dentro, avrebbe detto un mio amico. Allora Dio finisce per essere a servizio dei miei progetti: finisce per diventare il mio assistente universitario, direbbe qulcuno, la mia badante, o se si preferisce, il notaio che si limita a certificare le mie aspettative e la mia giustizia. A un tale Dio, si voltano presto le spalle, con delusione, perché Dio ci vuol bene e non può che deludere le nostre illusioni cieche. Anche la Chiesa deve sentirsi richiamata: non diventare pula destinata al fuoco a causa della sua rassegnazione alla mediocrità, che è l’altra faccia del perfezionismo supponente che fa a meno di Dio. Scivola presto nella mediocrità. 

Al grande pericolo dell’illusione religiosa fa da controcanto l’umile accostarsi di tante persone al Battista, semplicemente “confessando i propri peccati”. Sono stati attratti da quell’annuncio: “Il regno dei cieli è vicino”, e desiderano esserne sfiorati, non restarne fuori. E davvero nessuno è escluso, perché nessuno è pronto a priori, nessuno è a posto. Non servono sforzi di buona volontà, accenni di buoni condotta, propositi o decisioni, tutte cose inutili. Conta ammettere la propria debolezza, constatare un fallimento. Umanamente, ci sono tanti motivi per non confessare i propri peccati: perché li ignoriamo, perché ci autogiustifichiamo, perché prevale la vergogna, spia del fatto che non si è ancora conosciuto un amore così grande da neutralizzare ogni confusione e guarire il nostro senso di colpa. Non si è ancora conosciuto il vero Volto di Dio. Ogni confessore sa, invece, che il peccato nascosto, rimosso, avvelena e uccide. Esposto alla luce dello sguardo di Cristo, il peccato è invece confessione e certezza della Misericordia che copre il peccato e ci abbraccia, come solo l’Amore, divinamente, sa fare.