Quarta Domenica di Avvento

Anno B

“Avvenga per me secondo la tua parola”

Lungo il cammino dell’Avvento la nostra attesa si è lasciata interpellare dalla Parola di Dio, reale Presenza che ci invita a fare nostro uno sguardo contemplativo sulla storia e sulla nostra vita, riconoscendo la fedeltà di Dio alle sue promesse, scorgendo le orme discrete, spesso invisibili a prima vista, del suo passaggio. La nostra fede è chiamata a riconoscere che Dio realizza infallibilmente le sue promesse, nonostante noi, e tuttavia insieme con noi.
La profezia annunciata a Davide, per bocca del profeta Natan, annuncia l’iniziativa di Dio: sarà lui a costruire a Davide una casa, e non di cedro o di altra preziosa materia. Dio susciterà un discendente, molto diverso da quelli, assai deludenti, che le cronache della storia ci hanno tramandato. Un discendente che rivelerà la paternità di Dio. Sempre Dio supera le nostre attese e ci sorprende: non solo un successore, ma il Figlio di Dio dovrà nascere.
L’iniziativa di Dio, così grande rispetto alle attese di Davide e della stessa visione messianica di Israele, coglie di sorpresa anche per la modalità in cui si compie. Dio renderà stabile il suo regno, scegliendo una povera ragazza di Nazareth. Ancora di più: Dio decide di salvare l’umanità scegliendo la via dell’incontro. “Rallegrati”, è il saluto che gli antichi profeti rivolgevano alla città santa e che ora il divino messaggero rivolge a Maria. In lei il saluto angelico provoca molto turbamento e Dio le viene incontro ancora, le tende la mano con grandi promesse riguardo al Figlio annunciato, promesse che realizzano la profezia di Natan e la superano: “Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”. A tale annuncio corrisponde la limpida accoglienza di Maria che, nella sua umiltà, riconosce la propria piccolezza.
Dio ha trovato nella povertà di Maria la possibilità di rinnovare le sue meraviglie, facendone l’Arca santa di una nuova e più perfetta alleanza. Tutto però si compie nello spazio libero dell’Amore che non forza, non si impone, attende l’assenso dell’altro, accetta il rischio di un rifiuto. E chi può cantare la gioia di Dio, mendicante Amore, nel trovare il consenso di Maria, che le ha aperto una strada nel suo cuore, una via per farsi pellegrino, uomo fra gli uomini, e incontrare tutti?
Maria accoglie il Figlio nel cuore e la sua risposta rivela le sue disposizioni, del tutto corrispondenti a quelle che saranno del suo Figlio. “Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola”. E similmente Gesù: “Ecco io vengo per fare la tua volontà” (Eb 10,7.9). Maria, dunque, si dispone ad accogliere il Mistero della Vita del suo Figlio, anche nei suoi aspetti dolorosi, che saranno fonte di contraddizione.
A noi è chiesto sempre nella nostra vita di credenti, e particolarmente in questa Domenica breve, che fra poche ora si aprirà alla Notte luminosa del Natale, di ripetere il “sì” di Maria, aprendo la dura scorza del mondo e della nostra umanità ferita, all’incontro con Dio. Dio attende questo nostro umile “sì”, per manifestarsi ancora fedele alle sue promesse.

d. Bernardo Artusi csl – Certosa di Firenze

Terza Domenica di Avvento

Anno B

Rallegratevi nel Signore sempre!

La liturgia oggi veste di rosa, segno della sua esultanza. Proprio grazie alla liturgia della Chiesa il cristiano impara ad accogliere l’invito a gioire. Non certo perché il cristiano è indifferente a ciò che avviene in questo mondo o insensibile alle prove che attraversano il nostro tempo storico. La Chiesa gioisce perché torna a orientare la sua attenzione alla luce che deve venire, più forte di ogni tenebra. Ma accogliere una tale luce comporta un esodo dai nostri punti di vista consolidati, un pellegrinaggio dalla banalità di ciò che è vissuto in superficie, verso la profondità della presenza di Dio in mezzo a noi. Presenza paradossale, nascosta, sorprendente.
Per ogni generazione, e in ogni anno liturgico che ci è dato di vivere, siamo invitati a compiere il pellegrinaggio più difficile e più decisivo, quello verso il cuore che riconosce e accoglie il dono di Dio. Dio che si fa dono per noi.
“In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete”, afferma Giovanni Battista in risposta alle domande incalzanti dei sacerdoti e dei leviti. Giovanni sa di essere frainteso da chi è accecato dal pregiudizio e al tempo stesso prevede una simile difficoltà riguardo al Cristo, che pure è già presente e si manifesterà con segni ancora più grandi.
L’identità del Cristo sarà rivelata a tutti, epifania radiosa di luce accolta dalle genti pagane, e resterà però velata agli occhi chiusi dall’ignoranza e dal pregiudizio. In Giovanni Battista risplende l’umile abnegazione con cui confessa di “non essere lui” il nuovo Elia, né il profeta attesa, né tanto meno il Cristo. Giovanni è solo voce che dà testimonianza alla luce che nessuno può catturare. Luce che si rivela ai piccoli. E la sua testimonianza così semina una certa inquietudine e suscita curiosità.
“In mezzo a noi sta”, dunque, una presenza che non ha scelto di affermarsi con la forza, accecante e temibile, del successo, del prestigio, della ricchezza, del potere o della prevaricazione. Eppure, una presenza evidente nei suoi frutti straordinari, cantati dal profeta Isaia in un testo che il Cristo ha letto nella sinagoga di Nazareth attribuendolo a sé. L’unto del Signore fascerà le piaghe dei cuori spezzati con la sua presenza, l’unzione del suo Spirito che oltre a pervadere la sua persona è effuso sulla Chiesa e su tutti i cercatori di Dio. L’avvento del Messia porterà la libertà agli schiavi, persino dalla schiavitù cui ci sottomette la tirannia del nostro piccolo ego. Un anno di grazia, con il condono dei debiti che gravano sul cuore manifesterà l’avvento di un nuovo regno in cui ci è rivelata la nostra inalienabile dignità di figli, riscattati, rivestiti di una veste nuova, che nessuno può corrompere o rubare. La veste delle nozze che fanno gioire Giovanni Battista, l’amico dello Sposo, che esulta di gioia alla voce dello sposo e presto avrà occhi e cuore per gioire in pienezza: “Ora questa mia gioia è piena” (Gv 3,29).
La liturgia, con le parole di Paolo, ci suggerisce come preparare il cuore a cogliere la presenza, velata eppure fonte di intima gioia, del Signore che viene per essere con noi, “tutti i giorni fino alla fine del mondo” (Mt 28,20). Scrive Paolo ai Tessalonicesi: “siate sempre lieti, pregate incessantemente, in ogni cosa rendete grazie”. Sempre lieti, perché al cuore della notte si annuncia una luce più forte; pregando incessantemente, per essere sempre pronti a cogliere le ispirazioni di Dio; rendendo grazie in ogni cosa, con il cuore grato perché ricorda le Misericordie del Signore e confida nel compimento delle sue promesse. Un atteggiamento aperto, fiducioso, dinamico, che ci dispone a guardare sempre, nonostante tutto, alla Luce che nessuna notte può dissipare.

d. Bernardo Artusi csl – Certosa di Firenze

Seconda Domenica di Avvento

Anno B

“Fate di tutto perché Dio vi trovi in pace”
Seconda Domenica di Avvento – B (2023)

Attendiamo il Signore a partire dalla sua promessa, ricordando la pienezza che ci attende, verso cui ci facciamo pellegrini nel tempo. Il profeta Isaia annuncia il Signore che verrà a salvare, farà udire la sua voce “nella letizia del vostro cuore” (antifona d’ingresso, Is30,19.30). Il richiamo a preparare il cuore, a “camminare verso il giorno” in cui il Signore si manifesterà come Salvatore, e ad annunciare la gioia, può essere disorientante, o quanto meno inattuale, in un tempo come il nostro: non abbiamo forse più spesso la sensazione di procedere nel buio, e di brancolare senza una direzione precisa, mentre rimbomba il frastuono delle armi e della violenza? Ma già il profeta Isaia parlava a un popolo chiamato a vivere un nuovo esodo e a sperare e a gioire confidando nelle promesse di Dio, dopo l’esperienza della disfatta. Il Signore viene, porta con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Ogni valle deve essere colmata, ogni ostacolo rimosso per accogliere colui che porta in premio la sua presenza e la sua cura, forte e tenera, come quella di un pastore buono, dal braccio forte e premuroso.

“Il Signore non ritarda”, afferma san Pietro. Piuttosto, ci dona tempo per convertirci alla fede nel compimento delle sue promesse: “aspettiamo nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13), quella giustizia così spesso conculcata per interi popoli, o tradita nel segreto del cuore umano. “Fate di tutto perché Dio vi trovi in pace”, invoca san Pietro. Quella pace che solo Cristo sa dare e che permette di attraversare ogni tempesta, ogni notte, in comunione con Dio.

Alla nostra attesa, dunque, si mescola il presentimento, l’intuizione della pienezza che ci è data in Cristo: Lui è il nuovo cielo e la terra nuova in cui può fiorire la giustizia ed è per questo che, anche nella prova, la nostra attesa può conoscere la gioia e osare annunciarla. Ormai, in Cristo, si apre per tutti una via nuova, che Giovanni Battista annuncia con forza e umiltà: sa bene di essere solo la “voce” che prelude la “Parola”, sa bene di dover diminuire davanti all’arrivo di “colui che è più forte”. Diminuire, pagando infine con il sangue la sua coerenza e la sua fedeltà. 

Giovanni Battista si fa, dunque, portavoce e dona un battesimo di conversione, in attesa di un tempo nuovo: dal battesimo con acqua, al battesimo in Spirito Santo, dal battesimo di conversione, al battesimo di illuminazione. Il battesimo che il buon Pastore porta apre una via inedita, interiore, che fa breccia e si fa strada nel cuore. Il Signore viene e il suo avvento si compie nel cuore dell’uomo: viene dentro, erompe per irradiarsi, come luce indefettibile e delicatissima. 

La via aperta nel cuore è infatti la stessa via della nostra salvezza, che ci fa camminare da figli, guidati dalla luce dello Spirito, verso il regno del Padre: non solo il regno che ci attende alla fine del tempo, ma quello dove gli occhi del cuore finalmente si aprono e imparano a vedere secondo Dio. Dio ci dona un tale sguardo nuovo, a condizione che accettiamo di farci pellegrini e di lasciarci alle spalle il nostro modo di vedere le cose, umano troppo umano. A condizione di vivere il nostro battesimo come un progressivo cammino verso la profondità della nostra relazione con Dio. Sperimenteremo, allora, di non camminare da soli, ma che Cristo per primo si fa pellegrino con noi, ci “porta sul petto” e come nostro fratello in umanità ci conduce, con in cuore la pace di camminare con Lui.

Prima Domenica di Avvento

Anno B

La Chiesa, all’inizio dell’anno liturgico, si dispone a celebrare il mistero del tempo. Lo farà lungo tutto l’anno e si prepara da subito a vivere la sua attesa in un modo del tutto differente rispetto al mondo: non commemorando un evento, sepolto nella notte dei tempi e facilmente sostituibile da altre attrazioni alternative, come la recente proposta di istituire la “festa dell’inverno”, tanto infelice nel suo triste anonimato. La Chiesa attende Qualcuno, le cui Parole sono risuonate, lungo i secoli, in modo unico per ciascun credente, suscitando risposte originali. E ci viene ancora incontro, questo divino Pellegrino del tempo in cerca dell’uomo, dandoci tempo per cercarlo a nostra volta, sprofondando lo sguardo nell’intensità del suo mistero di luce, di silenzio, di amore.

Ci è donato un tempo inedito, per lasciarci raggiungere da Dio proprio in quella lontananza in cui ci siamo smarriti, perdutamente. Una lontananza che ha le apparenze del sonno dell’insensibilità, o l’opacità di un quotidiano in cui le relazioni sono sempre più anonime e che in un attimo diventano feroci, violente. 

Da questa lontananza risuona, con le parole del profeta Isaia, il grido dell’umanità: “Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore?”. Lontano da Dio, percepiamo tutta la nostra inconsistenza, e siamo ridotti a ben poca cosa, quali foglie avvizzite trascinate dal vento. Isaia, in effetti, esprime con efficacia l’esperienza del peccato: nessuno invoca il nome di Dio, tutti sembrano immersi nel sonno dell’incoscienza, Dio sembra aver nascosto il suo volto. Eppure, il profeta esprime, al tempo stesso una teologia del peccato: Dio si nasconde per essere cercato, ed è davanti al suo Volto, ora perduto e cercato con nostalgia, che risalta il dramma del nostro peccato. Nella desolazione, Isaia ci insegna a gridare verso Dio, a partire dalla fede che ci abita dentro, forse in una profondità anch’essa lontana, ma insopprimibile. 

La fede del profeta Isaia, e con lui il nostro cuore, si rivolge a Dio due volte confessando la sua paternità: “Tu sei nostro padre”! Da te, nostro creatore, ha origine la nostra vita. Ma la vita che resta, al di là di tutto, è quella che ci doni come nostro redentore, riscattando la nostra vita perduta, smarrita, addormentata, offuscata dal non senso, dalla paura che ci insidia e che assale l’umanità. “Se tu squarciassi i cieli”, per noi ora chiusi e muti, “ritorna”! (cfr Is 63-64). 

Come un’eco fedele, in sintonia con il profeta, il Salmista cerca lo splendore del Volto che ci salva, in cui è tutta la nostra speranza: “Risveglia la tua potenza e vieni a salvarci… Ritorna!!”. Solo davanti a un Volto, solo facendoci pellegrini del Volto del Salvatore, si può gridare così: “Da te mai più ci allontaneremo, facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome” (Sal 79), perché è in gioco una Pasqua, il passaggio e l’esperienza di una rinascita, di una vita nuova. Vero ostacolo non è il peccato, ma l’indurimento del cuore che non prega.

Anche noi possiamo fare nostri questi sentimenti e questo grido, perché “è degno di fede” il nostro Dio che ci chiama continuamente alla comunione con sé, comunione al suo modo di vivere, generoso e amante. E che ci manifesta l’unica vita che resta e che merita di essere scelta e vissuta in pienezza: la vita del Figlio dell’Uomo, immagine dell’umanità secondo Dio. 

Nel Vangelo, Gesù ci invita a stare attenti (letteralmente: “aprite gli occhi”), a vegliare scrutando nella notte: dalla veglia della sentinella dipende la possibilità di respingere il male che assale le mura del cuore, come anche di riconoscere l’arrivo improvviso del Signore. Sempre c’è per noi il rischio di trovarsi fuori tempo, impreparati: alla sera, quando Gesù è stato tradito, o al canto del gallo, l’ora del rinnegamento, o al mattino, quando è stato consegnato a Pilato. La sentinella che veglia sa che il pericolo incombe, ma veglia anche nell’attesa per il Signore che viene, viene in ogni istante. E anche quando le forze sembrano esigue o stanno per venir meno, comunque il cuore credente, anche se apparentemente cede al sonno, veglia sempre, perché conosce colui che attende e in cui ha riposto tutta la sua speranza.

Lettera a quelli che la GMG non sanno cos’è

Don Michele Falabretti, in vista di Lisbona 2023, racconta il senso di un viaggio che si chiama GMG in una lettera aperta ai ragazzi più piccoli che non sanno cos’è
26 Settembre 2022

Forse dovremo raccontarvi qualcosa, perché sono passati più di sei anni da quando l’ultima GMG è stata fatta in Europa e molti giovani italiani vi hanno partecipato. Probabilmente molti di voi ne hanno sentito parlare da fratelli e sorelle più grandi o forse dagli amici educatori; può darsi persino che qualcuno non sappia proprio che cosa sia.
Dovremo raccontarvi qualcosa, perché nel cuore di molti che oggi non sono più proprio giovani ci sono immagini ed esperienze così belle, da averli convinti che vale sempre la pena mettersi in viaggio. E nei nostri racconti sentirete di viaggi lunghi e impossibili, di alloggi di fortuna dove si dorme a terra, di cibo non proprio di qualità anche se nessuno è mai morto di fame, del desiderio di un caffè “vero”. Sentirete anche di amicizie nate in poco tempo che si sono sciolte al sole dopo pochi giorni e di altre che resistono da anni.

Vi diremo che ci siamo sentiti dentro un fiume in piena, dove la giovinezza di tutti era così contagiosa da farci pensare che saremmo stati invincibili, che avremmo potuto ridere per tutta la vita, che il nostro entusiasmo e la nostra vitalità (ne eravamo certi) avrebbero sconfitto il male del mondo. Poi ci siamo seduti per terra, in una grande spianata dove tra canti e parole è sceso anche un grande silenzio. Lì non abbiamo potuto sfuggire al pensiero di essere ugualmente fragili, lì ci siamo sentiti piccoli piccoli, un puntino in mezzo a centinaia di migliaia di altri puntini. Lì siamo stati raggiunti dalla consolazione di una Presenza che ci parlava attraverso una Parola antica che i cristiani si tramandano da secoli; attraverso la parola di un uomo vestito di bianco che ci confermava il valore della fede; attraverso due grandi braccia di legno che ci ricordavano quanto grande fosse il dolore del mondo che Gesù ha portato sulla sua croce. Nel silenzio era di grande consolazione sentire che il cuore degli altri batteva vicino al tuo. Nel silenzio qualcuno, assicura, ha sentito il sussurro di Dio.

Così dopo lunghe chiacchierate, tante risate e sorrisi che allacciavano sempre di più le vite degli uni agli altri, sono comparse anche le lacrime. Quelle che di solito commuovono i nonni, ai quali è ben chiaro il peso delle cose che accadono; quelle che sgorgano quando si sente di essere vicini a toccare il cuore della vita. È stato un momento in cui le grandi domande facevano meno paura. Forse nessuno ha trovato risposte definitive, ma è nata in noi la certezza che le risposte ci accompagnano ogni volta che ci si apre alla ricerca; e la vita ci è apparsa meno superficiale e insignificante.

È così: non potremo mai spiegarvi la GMG senza dirvi cosa ha voluto dire per noi. E sappiamo soltanto una cosa: che soltanto se avrete il coraggio di mettervi in viaggio, per quanto lungo e faticoso possa essere, riuscirete a capire cosa sia questa esperienza.
Forse adesso che vi abbiamo detto qualcosa della GMG senza spiegarvi nulla, potrebbe venirvi un po’ di voglia di partire. Pensateci: “Siamo a Lisbona: da qui non partono strade”, ha scritto Saramago; e infatti qui non ci sono strade perché oltre c’è solo l’oceano e l’infinito. A Lisbona si respira un’aria di mistero e attrazione, si vede ancora il fascino di chi l’ha abitata poco perché doveva partire e andare lontano, in cerca di terre e di tesori, ma anche con il desiderio di portare dall’altra parte il Vangelo di Gesù.
Ecco, la GMG è insieme queste due cose: la possibilità di fare scoperte e la possibilità di dire qualcosa di sé agli altri. Sicuri che non volete venire?

don Michele Falabretti

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA XXXVII GIORNATA MONDIALE DELLA GIOVENTÙ 2022-2023

«Maria si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39)
 

Carissimi giovani!

Il tema della GMG di Panamá era: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola» (Lc 1,38). Dopo quell’evento abbiamo ripreso la strada verso una nuova meta – Lisbona 2023 – lasciando echeggiare nei nostri cuori l’invito pressante di Dio ad alzarci. Nel 2020 abbiamo meditato sulla parola di Gesù: «Giovane, dico a te, alzati!» (Lc 7,14). L’anno scorso ci ha ispirato la figura di San Paolo apostolo, a cui il Signore Risorto disse: «Alzati! Ti costituisco testimone di quel che hai visto» (cfr At 26,16). Nel tratto che ancora ci manca per giungere a Lisbona cammineremo insieme alla Vergine di Nazaret che, subito dopo l’annunciazione, «si alzò e andò in fretta» (Lc 1,39) per andare ad aiutare la cugina Elisabetta. Il verbo comune ai tre temi è alzarsi, espressione che – è bene ricordare – assume anche il significato di “risorgere”, “risvegliarsi alla vita”.

In questi ultimi tempi così difficili, in cui l’umanità, già provata dal trauma della pandemia, è straziata dal dramma della guerra, Maria riapre per tutti e in particolare per voi, giovani come lei, la via della prossimità e dell’incontro. Spero, e credo fortemente, che l’esperienza che molti di voi vivranno a Lisbona nell’agosto dell’anno prossimo rappresenterà un nuovo inizio per voi giovani e – con voi – per l’umanità intera.

Maria si alzò

Maria, dopo l’annunciazione, avrebbe potuto concentrarsi su sé stessa, sulle preoccupazioni e i timori dovuti alle sua nuova condizione. Invece no, lei si fida totalmente di Dio. Pensa piuttosto a Elisabetta. Si alza ed esce alla luce del sole, dove c’è vita e movimento. Malgrado l’annuncio sconvolgente dell’angelo abbia provocato un “terremoto” nei suoi piani, la giovane non si lascia paralizzare, perché dentro di lei c’è Gesù, potenza di risurrezione. Dentro di sé porta già l’Agnello Immolato ma sempre vivo. Si alza e si mette in movimento, perché è certa che i piani di Dio siano il miglior progetto possibile per la sua vita. Maria diventa tempio di Dio, immagine della Chiesa in cammino, la Chiesa che esce e si mette al servizio, la Chiesa portatrice della Buona Novella!

Sperimentare la presenza di Cristo risorto nella propria vita, incontrarlo “vivo”, è la gioia spirituale più grande, un’esplosione di luce che non può lasciare “fermo” nessuno. Mette subito in movimento e spinge a portare agli altri questa notizia, a testimoniare la gioia di questo incontro. È ciò che anima la fretta dei primi discepoli nei giorni successivi alla risurrezione: «Abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, le donne corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (Mt 28,8).

I racconti della risurrezione usano spesso due verbi: svegliare e alzarsi. Con essi il Signore ci spinge a uscire verso la luce, a lasciarci condurre da Lui per oltrepassare la soglia di tutte le nostre porte chiuse. «È un’immagine significativa per la Chiesa. Anche noi, come discepoli del Signore e come Comunità cristiana siamo chiamati ad alzarci in fretta per entrare nel dinamismo della risurrezione e per lasciarci condurre dal Signore sulle strade che Egli vuole indicarci» (Omelia nella Solennità del Santi Pietro e Paolo, 29 giugno 2022).

La Madre del Signore è modello dei giovani in movimento, non immobili davanti allo specchio a contemplare la propria immagine o “intrappolati” nelle reti. Lei è tutta proiettata verso l’esterno. È la donna pasquale, in uno stato permanente di esodo, di uscita da sé verso il grande Altro che è Dio e verso gli altri, i fratelli e le sorelle, soprattutto quelli più bisognosi, come era la cugina Elisabetta.

…e andò in fretta

Sant’Ambrogio di Milano, nel suo commento al Vangelo di Luca, scrive che Maria si avviò in fretta verso la montagna «perché era lieta della promessa e desiderosa di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia. Dove ormai, ricolma di Dio, poteva affrettarsi ad andare se non verso l’alto? La grazia dello Spirito Santo non comporta lentezze». La fretta di Maria è perciò la premura del servizio, dell’annuncio gioioso, della risposta pronta alla grazia dello Spirito Santo.

Maria si è lasciata interpellare dal bisogno della sua anziana cugina. Non si è tirata indietro, non è rimasta indifferente. Ha pensato più agli altri che a sé stessa. E questo ha conferito dinamismo ed entusiasmo alla sua vita. Ognuno di voi può chiedersi: come reagisco di fronte alle necessità che vedo intorno a me? Penso subito a una giustificazione per disimpegnarmi, oppure mi interesso e mi rendo disponibile? Certo, non potete risolvere tutti i problemi del mondo. Ma magari potete iniziare da quelli di chi vi sta più vicino, dalle questioni del vostro territorio. Una volta hanno detto a Madre Teresa: “Quello che lei fa è solo una goccia nell’oceano”. E lei ha risposto: “Ma se non lo facessi, l’oceano avrebbe una goccia in meno”.

Davanti a un bisogno concreto e urgente, bisogna agire in fretta. Quante persone nel mondo attendono una visita di qualcuno che si prenda cura di loro! Quanti anziani, malati, carcerati, rifugiati hanno bisogno del nostro sguardo compassionevole, della nostra visita, di un fratello o una sorella che oltrepassi le barriere dell’indifferenza!

Quali “frette” vi muovono, cari giovani? Che cosa vi fa sentire l’impellenza di muovervi, tanto da non riuscire a stare fermi? Tanti – colpiti da realtà come la pandemia, la guerra, la migrazione forzata, la povertà, la violenza, le calamità climatiche – si pongono la domanda: perché mi accade questo? Perché proprio a me? Perché adesso? E allora la domanda centrale della nostra esistenza è: per chi sono io? (cfr Esort. ap. postsin. Christus vivit, 286).

La fretta della giovane donna di Nazaret è quella propria di coloro che hanno ricevuto doni straordinari del Signore e non possono fare a meno di condividere, di far traboccare l’immensa grazia che hanno sperimentato. È la fretta di chi sa porre i bisogni dell’altro al di sopra dei propri. Maria è esempio di giovane che non perde tempo a cercare l’attenzione o il consenso degli altri – come accade quando dipendiamo dai “mi piace” sui social media –, ma si muove per cercare la connessione più genuina, quella che viene dall’incontro, dalla condivisione, dall’amore e dal servizio.

Dall’annunciazione in poi, da quando per la prima volta è partita per andare a visitare sua cugina, Maria non cessa di attraversare spazi e tempi per visitare i suoi figli bisognosi del suo aiuto premuroso. Il nostro camminare, se abitato da Dio, ci porta dritti al cuore di ogni nostro fratello e sorella. Quante testimonianze ci arrivano da persone “visitate” da Maria, Madre di Gesù e Madre nostra! In quanti luoghi sperduti della terra, lungo i secoli – con apparizioni o grazie speciali – Maria ha visitato il suo popolo! Non esiste praticamente un luogo su questa terra che non sia stato visitato da Lei. La madre di Dio cammina in mezzo al suo popolo, mossa da una tenerezza premurosa, e si fa carico delle ansie e delle vicissitudini. E dovunque ci sia un santuario, una chiesa, una cappella dedicata a lei, i suoi figli accorrono numerosi. Quante espressioni di pietà popolare! I pellegrinaggi, le feste, le suppliche, l’accoglienza delle immagini nelle case e tante altre sono esempi concreti della relazione viva tra la Madre del Signore e il suo popolo, che si visitano a vicenda!

La fretta buona ci spinge sempre verso l’alto e verso l’altro

La fretta buona ci spinge sempre verso l’alto e verso l’altro. C’è invece la fretta non buona, come per esempio quella che ci porta a vivere superficialmente, a prendere tutto alla leggera, senza impegno né attenzione, senza partecipare veramente alle cose che facciamo; la fretta di quando viviamo, studiamo, lavoriamo, frequentiamo gli altri senza metterci la testa e tanto meno il cuore. Può succedere nelle relazioni interpersonali: in famiglia, quando non ascoltiamo mai veramente gli altri e non dedichiamo loro tempo; nelle amicizie, quando ci aspettiamo che un amico ci faccia divertire e risponda alle nostre esigenze, ma subito lo evitiamo e andiamo da un altro se vediamo che è in crisi e ha bisogno di noi; e anche nelle relazioni affettive, tra fidanzati, pochi hanno la pazienza di conoscersi e capirsi a fondo. Questo stesso atteggiamento possiamo averlo a scuola, nel lavoro e in altri ambiti della vita quotidiana. Ebbene, tutte queste cose vissute di fretta difficilmente porteranno frutto. C’è il rischio che rimangano sterili. Così si legge nel libro dei Proverbi: «I progetti di chi è diligente si risolvono in profitto, ma chi ha troppa fretta – la fretta cattiva – va verso l’indigenza» (21,5).

Quando Maria finalmente arriva a casa di Zaccaria ed Elisabetta, avviene un incontro meraviglioso! Elisabetta ha sperimentato su di sé un prodigioso intervento di Dio, che le ha dato un figlio nella terza età. Avrebbe tutte le ragioni per parlare prima di sé stessa, ma non è piena di sé ma protesa ad accogliere la giovane cugina e il frutto del suo grembo. Appena sente il suo saluto, Elisabetta è colmata di Spirito Santo. Queste sorprese e irruzioni dello Spirito avvengono quando viviamo una vera ospitalità, quando al centro mettiamo l’ospite, non noi stessi. È quanto vediamo anche nella storia di Zaccheo. In Luca 19,6 leggiamo: «Quando giunse sul luogo [dove si trovava Zaccheo], Gesù alzò lo sguardo e gli disse: “Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua”. Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia».

A molti di noi è capitato che, inaspettatamente, Gesù ci sia venuto incontro: per la prima volta, in Lui abbiamo sperimentiamo una vicinanza, un rispetto, un’assenza di pregiudizi e di condanne, uno sguardo di misericordia che non avevamo mai incontrato negli altri. Non solo, abbiamo anche sentito che a Gesù non bastava guardarci da lontano, ma voleva stare con noi, voleva condividere la sua vita con noi. La gioia di questa esperienza ha suscitato in noi la fretta di accoglierlo, l’urgenza di stare con Lui e conoscerlo meglio. Elisabetta e Zaccaria hanno ospitato Maria e Gesù! Impariamo da questi due anziani il significato dell’ospitalità! Chiedete ai vostri genitori e ai vostri nonni, e anche ai membri più anziani delle vostre comunità, cosa vuol dire per loro essere ospitali verso Dio e verso gli altri. Vi farà bene ascoltare l’esperienza di chi vi ha preceduto.

Cari giovani, è tempo di ripartire in fretta verso incontri concreti, verso una reale accoglienza di chi è diverso da noi, come accadde tra la giovane Maria e l’anziana Elisabetta. Solo così supereremo le distanze – tra generazioni, tra classi sociali, tra etnie, tra gruppi e categorie di ogni genere – e anche le guerre. I giovani sono sempre speranza di una nuova unità per l’umanità frammentata e divisa. Ma solo se hanno memoria, solo se ascoltano i drammi e i sogni degli anziani. «Non è casuale che la guerra sia tornata in Europa nel momento in cui la generazione che l’ha vissuta nel secolo scorso sta scomparendo» (Messaggio per la II Giornata Mondiale dei nonni e degli anziani). C’è bisogno dell’alleanza tra giovani e anziani, per non dimenticare le lezioni della storia, per superare le polarizzazioni e gli estremismi di questo tempo.

Scrivendo agli Efesini, San Paolo annunciava: «In Cristo Gesù, voi, che un tempo eravate lontani, siete divenuti vicini, grazie al sangue di Cristo. Egli infatti è la nostra pace, colui che di due ha fatto una cosa sola, abbattendo il muro di separazione che li divideva, cioè l’inimicizia, per mezzo della sua carne» (2,13-14). Gesù è la risposta di Dio di fronte alle sfide dell’umanità in ogni tempo. E questa risposta, Maria la porta dentro di sé quando va incontro a Elisabetta. Il più grande regalo che Maria fa all’anziana parente è quello di portarle Gesù. Sicuramente anche l’aiuto concreto è preziosissimo. Ma nulla avrebbe potuto riempire la casa di Zaccaria di una gioia tanto grande e di un senso così pieno come la presenza di Gesù nel grembo della Vergine, diventata tabernacolo del Dio vivo. In quella regione montuosa Gesù, con la sua sola presenza, senza dire una parola pronuncia il suo primo “discorso della montagna”: proclama in silenzio la beatitudine dei piccoli e degli umili che si affidano alla misericordia di Dio.

Il mio messaggio per voi giovani, il grande messaggio di cui è portatrice la Chiesa è Gesù! Sì, Lui stesso, il suo amore infinito per ognuno di noi, la sua salvezza e la vita nuova che ci ha dato. E Maria è il modello di come accogliere questo immenso dono nella nostra vita e comunicarlo agli altri, facendoci a nostra volta portatori di Cristo, portatori del suo amore compassionevole, del suo servizio generoso all’umanità che soffre.

Tutti insieme a Lisbona!

Maria era una ragazza come molti di voi. Era una di noi. Così scriveva di lei il vescovo Tonino Bello: «Santa Maria, […] sappiamo bene che sei stata destinata a navigazioni di alto mare. Ma se ti costringiamo a veleggiare sotto costa, non è perché vogliamo ridurti ai livelli del nostro piccolo cabotaggio. È perché, vedendoti così vicina alle spiagge del nostro scoraggiamento, ci possa afferrare la coscienza di essere chiamati pure noi ad avventurarci, come te, negli oceani della libertà» (Maria donna dei nostri giorni, San Paolo, Cinisello Balsamo 2012, 12-13).

Dal Portogallo, come ricordavo nel primo Messaggio di questa trilogia, nei secoli XV e XVI moltissimi giovani – tra cui tanti missionari – sono partiti verso mondi sconosciuti, anche per condividere la loro esperienza di Gesù con altri popoli e nazioni (cfr Messaggio GMG 2020). E a questa terra, all’inizio del XX secolo, Maria ha voluto rendere una visita speciale, quando da Fatima ha lanciato a tutte le generazioni il messaggio potente e stupendo dell’amore di Dio che chiama alla conversione, alla vera libertà. A ciascuno e ciascuna di voi rinnovo il mio caloroso invito a partecipare al grande pellegrinaggio intercontinentale di giovani che culminerà nella GMG di Lisbona nell’agosto dell’anno prossimo; e vi ricordo che il prossimo 20 novembre, Solennità di Cristo Re, celebreremo la Giornata Mondiale della Gioventù nelle Chiese particolari sparse in tutto il mondo. A questo proposito, il recente documento del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita – Orientamenti pastorali per la celebrazione della GMG nelle Chiese particolari – può essere di grande aiuto per tutte le persone che operano nella pastorale giovanile.

Cari giovani, sogno che alla GMG possiate sperimentare nuovamente la gioia dell’incontro con Dio e con i fratelli e le sorelle. Dopo lunghi periodi di lontananza e isolamento, a Lisbona – con l’aiuto di Dio – ritroveremo insieme la gioia dell’abbraccio fraterno tra i popoli e tra le generazioni, l’abbraccio della riconciliazione e della pace, l’abbraccio di una nuova fraternità missionaria! Possa lo Spirito Santo accendere nei vostri cuori il desiderio di alzarvi e la gioia di camminare tutti insieme, in stile sinodale, abbandonando le false frontiere. Il tempo di alzarci è adesso! Alziamoci in fretta! E come Maria portiamo Gesù dentro di noi per comunicarlo a tutti! In questo bellissimo periodo della vostra vita, andate avanti, non rimandate ciò che lo Spirito può compiere in voi! Di cuore benedico i vostri sogni e i vostri passi.

Roma, San Giovanni in Laterano, 15 agosto 2022, Solennità dell’Assunzione della B.V. Maria 
 

FRANCESCO

Mercedari

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L’ Ordine di Santa Maria della Mercede è un ordine religioso fondato da San Pietro Nolasco (1180-1258). Nei primi venti anni di vita Pietro, avendo nei suoi viaggi visto la condizione di molti schiavi cristiani, si dedicò, con alcuni compagni, alla liberazione di quei fratelli oppressi. Questo gruppo iniziale di compagni era formato unicamente da giovani laici. Dopo quindici anni passati nel realizzare questa opera di misericordia, Pietro e i suoi amici costatarono che il numero di schiavi cristiani aumentava. Nella notte del 1 agosto 1218 Pietro ebbe una visione della Vergine Maria e decise di riunire i suoi compagni in un Ordine religioso. Dalla fine del XII secolo il metodo più comune per dare la libertà agli schiavi cristiani fu la redenzione, che consisteva nel pagare un riscatto al padrone dello schiavo. La somma dipendeva dall’età, dall’importanza sociale, dalle condizioni economiche e fisiche dei riscattandi. I fondi erano ottenuti con le elemosine che raccoglievano i religiosi e i laici, gli “operai della redenzione”. Non mancavano i contributi di famiglie benestanti, specialmente quando si trattava di dare la libertà a qualcuno dei loro cari. Se le somme raccolte non erano sufficienti per redimere qualche cristiano che era in pericolo di rinnegare la fede, pur di ottenerne la libertà, uno dei redentori restava in pegno al posto dello schiavo. Nei primi 130 anni della storia dell’Ordine le redenzioni furono annuali, poi meno frequenti. Furono circa 52.000 gli schiavi riscattati attraverso l’esborso di enormi somme di denaro ai padroni musulmani. Le redenzioni venivano preparate nei minimi particolari. La partenza era preceduta da una cerimonia liturgica ed una volta terminata la redenzione si celebrava un atto di ringraziamento al Signore. Innumerevoli i Mercedari che morirono durante l’esercizio della loro missione. L’Ordine nel corso degli anni fece fronte a continui bisogni, sviluppando un’organizzazione capillare in molte città del Mar Mediterraneo. Oggi, l’Ordine è impegnato nella liberazione dalle nuove forme di schiavitù spirituale, psicologica, economica e sociale. Svolge la sua attività:

– nelle carceri, con iniziative di prevenzione o di sostituzione al carcere e di aiuto post-carcerario;

– nell’impegno per i rifugiati, i bambini e i giovani emarginati, i perseguitati, in modo particolare per coloro che non possono esprimere in libertà la loro fede;

– nella evangelizzazione missionaria per realizzare la liberazione dalle nuove forme di schiavitù economica e culturale che si manifestano nei cd. “paesi in via di sviluppo”;

– nella cura delle parrocchie, specialmente nelle zone di maggiore emarginazione.